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giovedì 9 agosto 2018

Come non dare ragione a Gustavo Piga


 
Leggo oggi sul Sole 24 ore Gustavo Piga (GP) che scrive quello che molti economisti pensano, ma non dicono. Dov'è il programma economico del Governo?
 
Inutile dire che sono pienamente d'accordo con lui.
 
Nell'articolo ha finalmente individuato la terza via, quella della "non eccessiva correzione" come la strada che probabilmente l'esecutivo sceglierà di percorrere. La stessa di Padoan, che abbiamo percorso senza dirlo. Una via, quella della "non eccessiva correzione" lastricata di un mix di interventi che vanno dalla riprogrammazione della spesa (tetto alla spesa corrente e aumento di quella per investimenti), aumento dell'IVA e maggior deficit, il tutto nella speranza che l'economia cresca.  Intanto, tutto questo porta maggior debito, almeno nel breve periodo.
 
Idealmente, quanto scrive GP mi suggerisce alcune riflessioni.
 
GP dimentica che, nell'era del populismo, si è sempre in campagna elettorale. Non premiano le scelte di lungo periodo, ma i 140 caratteri che dicono quello che le persone si vogliono sentire dire. Quindi perché programmare? E poi ci siamo mai attenuti ad un programma? Solo di recente abbiamo tentato un percorso di riforme. Il non avere un obiettivo ed un programma da seguire, sono la prima spiegazione di perché siamo dove siamo.
 
E qui la seconda considerazione. GP suggerisce, alla fine del suo articolo, che stiamo già giocando nella serie B mondiale e che il rischio è di rimanerci per sempre. Purtroppo è vero. E se la politica non riconosce questo agendo di conseguenza, semplicemente vuol dire che la situazione è anche peggio di come la scrive GP. 
 
Infine, non sfugge che l'esito della partita che stiamo giocando passa anche per i risultati delle elezioni europee. Se l'onda populista, non solo italiana, dominerà la scena, il nostro Governo potrebbe avere una sponda per evitare di essere messa in procedura per disavanzo eccessivo, che - tecnicamente - potrebbe succedere anche domani, visto che l'Italia non rispetta, da tempo, la regola sulla riduzione del debito. Se così accadesse, Tria si troverebbe nella posizione di avere consentito al Governo di raggiungere i propri obiettivi e resterebbe al suo posto. Certo, in caso contrario, ci troveremmo con un governo in difficoltà, di cui Tria sarebbe il garante.
 
In breve, Tria ne esce vincitore. Si rafforza.  Ma l'obiettivo dovrebbe essere quello di rafforzare l'Italia nell'Europa. Possono coincidere?
 
 
 

martedì 2 gennaio 2018

A 10 anni dalla crisi, il vero tema è la crescita inclusiva.

Il 2018 segna il decimo anniversario della crisi finanziaria globale e l'inizio della grande recessione. Forse, secondo le  previsioni dei principali organismi sovranazionali, il 2018 potrebbe essere il secondo anno in cui si potrebbe registrare la crescita globale più forte post-crisi.

Questa è un'ottima notizia, ma in realtà l'eredità della crisi persiste e si manifesta sotto la forma di QE, che alimenta l'ascesa dei corsi azionari e dei mercati immobiliari, e sotto forma di un aumento delle disparità nella distribuzione del reddito, che invece alimenta la crescita del populismo.

La maggior parte delle sfide che l'economia globale deve affrontare non può essere affrontata dalla politica monetaria. Il potenziale di crescita futuro e il rischio di un populismo dilagante dipenderanno dalla capacità dei governi (pure quello italiano)  di fare in modo che i benefici della crescita siano ampiamente condivisi e che la disparità nella distribuzione del reddito venga ridotta.

In altre parole, offrire una crescita più inclusiva.

La necessità di una crescita inclusiva non riguarda solo l'equità e il mantenimento della coesione sociale.

Limitare l'impatto negativo derivante dalla mancanza di inclusione - sia in termini di ritmo che di sostenibilità della crescita - è una sfida a medio termine per i governi che non può essere affrontata solo attraverso la ridistribuzione.

E non solo a livello nazionale.

Occorre redistribuire il carico fiscale, come ho proposto in questo post.

Ma servono anche politiche attive, come la formazione costante per chi lavora e per chi perde il lavoro, in modo da aumentare la possibilità di reimpiego. Come ha proposto nel 2010 da Robert B. Reich occorre disegnare un sistema di assicurazione per il reimpiego, in grado di sostenere chi perde il lavoro. La posposta di Reich prevede anche di integrare il reddito di chi trova un lavoro dopo averlo perso, ma con un salario più basso. L'integrazione, pur se limitata a due anni, consente di riprendere a lavorare accentando un salario più basso, ma di mantenere proprio il proprio tenore di vita grazie all'integrazione, continuando però la formazione in modo da trovare - successivamente - un lavoro meglio retribuito.

Serve completare l'Unione Europea, con istituzioni democratiche ed un vero bilancio federale che consenta interventi sostitutivi ed integrativi a quelli dei singoli governi. In modo che l'Unione sia riconosciuto nella vita di ogni giorno.

sabato 26 agosto 2017

Mifid II e nuove regole bancarie. Valgono più della Costituzione!

Tra le notizie che riguardano il risparmio che oggi campeggiano sui giornali trovate la pubblicazione della direttiva su come si devono comportare gli operatori finanziari quando propongono un investimento ai propri clienti e la notizia che la Banca Centrale Europea sta pensando di proporre una moratoria ai prelievi in caso di banche in difficoltà. Ovvero, se passasse questa proposta, non potremmo più trasferire il nostro conto corrente da una banca X ad un'altra banca, se l'autorità di vigilanza ritine che la banca X possa andare in difficolta proprio a causa di questo trasferimento.

Così, dopo aver digerito ingenuamente le norme sul Bail in, potremmo dover accettare anche questa regola che contrasta con la tutela del risparmio garantita dalla nostra Costituzione, all'articolo 47, comma 1:
La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l'esercizio del credito.

Ora tutela il risparmio se consente che titoli obbligazionari non subordinati e i conti correnti possano essere utilizzati per evitare il fallimento di una banca? Lo incoraggia forse facendolo tutelare con la firma di pagine di documenti (quelli prodotti anche grazie alla MIFID)? In che modo ha controllato l'esercizio del credito se oggi sappiamo che sono stati concessi crediti anche là dove non si doveva? 

Forse andrebbe recuperata la deontologia e la professionalità. Fare il bancario non può voler dire solo raggiungere un budget di vendita di un prodotto finanziario. Qui il nostro Stato ha molte colpe, non ultima quella di aver accettato il Bail in senza colpo ferire. 

martedì 22 agosto 2017

Il bivio si avvicina. La politica deve rinnovarsi



Le prossime elezioni nel vecchio continente sono di importanza cruciale non solo per l'Europa. Ancora una volta la nostra Italia rischia di fare la differenza se solo la smette di essere considerata debole e torna ad essere un pilastro dell'Unione.  

Dall'atteggiamento che l'Europa prenderà post elezioni nei singoli Paesi,  sui temi quali la difesa comune, le politiche fiscali e i migranti dipenderà infatti molto degli assetti futuri e degli equilibri mondiali. E queste posizioni devono esser prese nell'interesse europeo e non di quello tedesco.

Angela Merkel in Germania ha da sempre teso una mano agli Stati Uniti, mentre strizzava l'occhio al suo partner commerciale più importante, la Cina.  Cosa farà la Merkel dopo le elezioni in caso di vittoria? Cina? USA? Sugli altri fronti (politica fiscale e immigrati sappiamo bene cosa succederà). E la Francia... Macron attende istruzioni!

L'Italia, l'unica rimasta senza partner per un giro di Walzer, traballa tra vecchie amicizie e nuove sfide. E' l'unica però che può fare la differenza e evitare che l'Europa si adagi sulla posizione più comoda: seguire il blocco tedesco. 

Da sempre, purtropo, l'Italia non ha mai preso posto definitivamente nello scacchiere politico mondiale. Chi vincerà le prossime elezioni prenderà posizione o continuerà a galleggiare in attesa del "principe azzurro" o del "cavaliere bianco"? 

Vediamo le opzioni per il bel paese. Provare ad essere partner della Cina?  No. C'è già la Germania e poi i cinesi non cercano partner. Sbaglia la Germania a pensare di avere un amico commerciale di quel tipo. 
La Russia allora. Certo con un ritorno di Berlusconi potrebbe diventare un'opzione. Ma solo se sarà un governo di coalizione o a guida centro destra.
Allora, agganciati agli USA? Forse non siamo più funzionali alla loro politica. 

E perché non iniziare a pensare di essere europei? Non intendo metterci dietro Francia e Germania, ma pensare di costruire una politica estera comune e non filo tedesca o francese. Così in campo economico e di politica dell'immigrazione. 

Resta il fatto che possiamo scegliere con chi andare - e l'unica scelta é di concentrarci sulla costruzione europea - ma saremo un partner gradito? 

La risposta è no. No, se questo parlamento non è in grado di votare una vera legge elettorale, che non sia espressione del tipico sentimento politico italiano, l'egoismo. Cosi, dopo non essere riuscito a fare alcune delle riforme necessarie, questo parlamento potrá essere ricordato per aver decretato il nostro declino in modo definitivo.  

La speranza è l'ultima a morire, ma è legittimo chiedersi se Berlusconi - pronto a rientrare in campo - sarà il vero padre nobile del nuovo millennio; se, dopo aver sciupato 2 legislature, stavolta non lasci il segno e ponga le basi per la governabilità di un Paese stanco e vecchio. E' anche legittimo chiedersi se gli oppositori di Berlusconi siano in grado di fare lo stesso. O di cogliere un'eventuale apertura seria del Cavaliere. Magari il M5S ci stupisce e inizia da dove una vera forza politica diversa dovrebbe partire: il bene del Paese e non dagli slogan. Sogno. Ovvio che sono un inguaribile ottimista.  
Ma la speranza è sempre l'ultima a morire.  Alla fine lo stellone italiano si accenderà. Ne sono sicuro. 
L'Italia è piena di giovani. Di risorse. Di volontà. Basterà aiutare queste componenti ad emergere! 

martedì 25 aprile 2017

Alitalia, il pasticcio è servito. E non è finita...

La fine di Alitalia non è stato segnato ieri dal referendum dei lavoratori, come molti si sono affrettati a dichiarare o scrivere. L'Alitalia è finita quanto, decisa l'alta velocità, la tratta più redditizia - la Milano / Roma - è stata messa sotto pressione dal treno veloce. 

In altre parole, la fine di Alitalia è dovuta alla a mancanza di visione strategica della nostra classe politica che, nel decidere una giusta insfrastruttura, non ha visto più lontano del suo naso e ha mancato di disegnare alleanze e strategie di espansione di quella che all'epoca (anni novanta) era la compagnia di bandiera dell'Italia. 

L'ultima speranza, su di un percorso pieno di errori di strategia industriale e politica, fu il matrimonio con AiR France, che venne fatto naufragare dai "capitani coraggiosi", ancora una volta supportati (o forse sospinti) da una politica miope che vedeva nell'italianità un valore da difendere. 

Ma la miglior difesa è l'attacco, dice un proverbio popolare. Questo è vero sopratutto in economia e le imprese che giocano sulla difensiva vengono spazzate vie dal vento dell'innovazione e dell'aggressività della concorrenza. Ne volete degli esempi o vi basta ricordare Loro Piana e gli altri marchi della moda? Vogliamo ricordare Pioneer, che gestisce i risparmi degli italiani è che ora non è più di proprietà di un'impresa nazionale? 

Ora si tratta di capire solo quale sarà il prossimo obiettivo.

La grande distribuzione. Sì perché se le nostre coop (sono ben 7) o la S lunga non capiscono di essere troppo piccole e non si mettono insieme per un patto strategico di consolidamento e attacco, saranno presto preda di qualcuno più grosso e con denari a sufficienza per comprare le catene di distribuzione italiane. Ed allora vedrete gli scaffali pieni di prodotti esteri, che già sono ben presenti. 

Nulla di male, io amo la concorrenza, ma amo sopratutto l'Italia e mi domando: che ne sarà della nostra agricoltura? Marginalizzata, come sta succedendo a molti dei settori produttivi italiani, dalle banche all'acciaio. 

La soluzione passa per una politica che abbandoni il suo shortermismo e si dedichi a rispondere, seppur tardivamente, alla sfida della globalizzazione. Ne abbiamo la forza (l'Europa) e la capacità (le nostre PMI). Serve solo più coraggio (e meno urli) e visione (e meno slogan) nei nostri politici. 



domenica 19 febbraio 2017

La politica dei giusti. Lo zero virgola della politica.

Sono stato lontano dall'Italia per qualche settimana e tornando trovo il caos più totale. Non un dibattito sui problemi reali del Paese, ma un surreale, continuo, chiacchiericcio su temi ininfluenti. 

Le forze politiche, invece di mostrare unità di fronte al malessere degli italiani, combattono a suo di slogan e di annunci di quello che faranno una volta al potere. Questo l'unico scopo del loro blaterare: il potere.

Intanto il declino del Paese è inarrestabile. E lo vedi bene tornando a casa da un viaggio di soli 300 chilometri. Vedi, tornando, una grande voglia di fare da parte di tanta gente è una politica, che salvò rare eccezioni, si arrocca su vecchie posizioni ed è priva del coraggio di fare. 

Fare cosa vi chiederete? Mettersi in gioco per le vere battaglie. In primis, la riforma del fiscal compact e del Bail in. Ora è il momento di mobilitare i parlamentari europei e i nostri rappresentanti nelle istituzioni per aprire un varco politico su due temi che ci stanno facendo affondare più rapidamente. Ora è il momento di chiedere al Governo di fare il piccolo aggiustamento sui conti, ma di affondare il coltello su due più importanti. In questo ha ragione Bersani. Ma nessuno, neppure il suo partito, ha raccolto quest'invito. Tutti a pensare a come prendere un zero virgola che consenta di influenzare il parlamento e il governo dopo il prossimo voto. 

Ma che senso ha governare un Paese che lentamente scivola verso il baratro se non quello di riportarlo in cima alla classifica della politica mondiale? Questa la riflessione che chiedo ai nostri politici. Ma forse mi illudo sappiano rispondere. 

venerdì 30 dicembre 2016

L'europeismo zoppo dei tedeschi.

La Germania ha da tempo bloccato il terzo pilastro dell Banking Union. Ovvero lo schema di assicurazione comune dei depositi EDIS (European Deposit Insurance Scheme​).

Il Governo non è lasciato solo. Qualche giorno fa è apparso questo documento nel quale la businnes community tedesca si schiera a fianco del Governo.

Molto semplicemente, e come sappiamo, i tedeschi sono contrari alla proposta della Commissione, perché non possono accettare di partecipare a un sistema di garanzia comune, che, secondo loro, genererebbe solo sfiducia nel sistema e, di conseguenza, instabilità.

La posizione del documento non è molto innovativa: banche e risparmiatori tedeschi si sentirebbero defraudati dal fatto che le loro risorse possano contribuire al salvataggio di banche e risparmiatori stranieri. Ognuno deve essere responsabile per le sue banche e per la sicurezza del suo sistema. 

Forse vale la pena di ricordare ai nostri vicini cosa dice il trattato che hanno firmato 60 anni or sono. 

La Comunità ha il compito di promuovere nell’insieme della Comunità, mediante l’instaurazione di un mercato comune e di un’unione economica e monetaria e mediante l’attuazione delle politiche e delle azioni comuni di cui agli articoli 3 e 4, uno sviluppo armonioso, equilibrato e sostenibile delle attivit economiche, una crescita sostenibile e non inflazionistica, un elevato grado di convergenza dei risultati economici, un elevato livello di protezione dell’ambiente e il miglioramento di quest’ultimo, un elevato livello di occupazione e di protezione sociale, il miglioramento del tenore e della qualità della vita, la coesione economica e sociale e la solidarietà tra Stati membri.

Non dico altro. Sono orgoglioso di vivere in quest'Europa. Lavoreremo per renderla migliore. 





mercoledì 21 dicembre 2016

Caro Presidente Gentiloni. Lettera aperta al premier.


Caro Presidente del Consiglio, Le segnalo questo contributo di Paolo Gerbaudo http://www.eunews.it/2016/12/16/lo-spettro-del-populismo/74417.

Le anticipo la conclusione perché ha poco tempo per leggerlo tutto. “L’atteggiamento di rifiuto verso il populismo manifestato da diversi intellettuali progressisti non è sufficiente. Al contrario è necessario comprendere che solo costruendo un populismo progressista si può sperare di incanalare in senso emancipatorio il collasso dell’ordine neoliberale.”

Concordo con Gerbaudo perché per rispondere ai movimenti populisti, che fanno leva sulla pancia della gente, che criticano il sistema senza avere un vero programma di cambiamento, non basta il rifiuto o, peggio, la negazione di quanto sta accadendo. Non bisogna arroccarsi e dichiarare che il declino del sistema politico istituzionale sta portando a tutto questo.

I cittadini europei hanno bisogno di risposte per la sicurezza e il lavoro. Gli stessi motivi per i quali 60 anni fa si partì con i Trattati di Roma ed ancor prima con la CECA.

La risposta al populismo non è questione di destra o di sinistra. E’ questione di mettere al centro del dibattito politico le questioni vere dei cittadini; non servono baruffe. Servono risposte ai problemi. Per questo credo ed ho sostenuto in questo blog (Vedi qui) che il suo governo non può limitarsi alle emergenze, ma deve lavorare per migliorare questo Paese.  

E’ uscito di recente un ulteriore analisi di cosa non va in Italia e quale potrebbe essere il vero ruolo del nostro Paese in Europa (http://www.cer.org.uk/sites/default/files/pb_italy_FG_CO_20dec16.pdf) a cura di Ferdinando Giugliano e Christina Odendahl. Ma anche di cosa l’Europa ha bisogno.

Siamo orami in grado di smetterla di fare buone analisi e di elaborare ottime soluzioni?




domenica 27 novembre 2016

Alla ricerca di Alibi

L'Italia spesso è alla ricerca di alibi per fare o non fare le cose. Era così che giustificava la sua politica estera, che veniva definita "dei giri di Walzer" per la capacità di cambiare - con una giravolta - partner senza mai perdere di vista l'ultimo ballerino al quale ci si era accompagnati.

Nonostante questa attitudine, quello che stiamo vivendo in questi mesi in Italia è impressionante. Abbiamo perso l'identità democratica che ci ha portato ad un livello di benessere, ma anche di debito, che oggi non riusciamo a condividere con chi ne ha bisogno. Il livello di individualismo è così alto che il motto che vedo oggi meglio rispecchiare la nostra società è "mors tua, vita mea".

La nostra vittoria è il fallimento, completo, della controparte. Così l'Europa. Così i migranti. Così i senza lavoro. 

L'Italia è devastata da un terremoto fisico, politico e morale. È alla ricerca di una nuova identità politica, che fatica a venire a galla soffocata com'è da slogan, polemiche e invettive. È alla ricerca di nuove allenze, non avendo mai voluto consolidarne una. 

È a galla grazie alla protezione europea, ma questo nessuno lo vuole ammettere. Giochiamo una partita di serie A con una squadra non adatta, che per vincere avrebbe bisogno di maggiore unità ed invece gioca un tutto contro tutti. 

La battaglia che è in atto determinerà il futuro delle prossime generazioni. Dei nostri figli.

Io non mi darò per vinto. Spero tanti Italiani riprendano in mano la vita sociale e politica del Paese, contribuendo con opinioni e idee allo sviluppo sociale. 


lunedì 17 ottobre 2016

La Yellen chiama, l'Europa risponde?


Vi segnalo le interessanti le dichiarazioni della Yellen in un suo discorso “Macroeconomics research after the crisis” di venerdì scorso. Chi lo volesse leggere lo trova qui.

Il discorso di Yellen sembra essere chiaro nel sostenere che occorre lasciare che l’economia Americana si "surriscaldi" in modo da favorire la correzione di una parte dei danni lasciati dalla ultima grande recessione (quella iniziata nel 2008). 

A farmi dire questo sono diversi passaggi del discorso. Ad esempio li dove la Yellen dice che "reversing long-term damage may require more accomodative policy than otherwise" e soprattutto quello in cui vengono decantati i benefici di lasciare che la Fed amministri una "high-pressure economy". 

Non sono i correttivi, del tipo "an accomodative monetary stance, if maintained too long, could have costs that exceed the benefits" a farmi pensare diversamente.

Sicuramente la Fed, tramite il suo Presidente ci sta indicando che le cose sono ancora molto lontane dall'essere tornate "gestibili" con i normali attrezzi di lavoro. 

Se la burocrazia europea stesse a sentire, forse passerebbe da una austerità a tutti i costi ad un politica di investimenti e sviluppo concordata tra i diversi Paesi. 

sabato 8 ottobre 2016

Italia cambia! Serve il Ministro per la crescita della PMI.

Cosa è accaduto al nostro sistema produttivo? Esso ha subito diversi shock, che hanno origine principalmente nella globalizzazione (i.e. Maggiore concorrenza), nelle politiche dell'austerità (i.e. Minori sussidi pubblici), dalla dipendenza dal credito bancario (i.e. Un modello di governance che non prevede l'apertura del capitale). 

Esso è ancora forte, ma le minacce aumentano. Cosa possono fare i policy makers?

Gli ostacoli principali restano due. 

Uno è dalla parte delle imprese, nei loro processi produttivi e nel loro modo di approcciarsi al finanziamento: sono poche le imprese che si sono dimostrate in grado di cambiare, aprire il capitale per crescere, esporre la propria impresa ad un giudizio esterno, fare acquisizioni; un numero insoddisfacente per trainare la ripresa di un Paese G7.

L'altro ostacolo è che alcuni nostri rilevanti investitori istituzionali (fondi pensione, casse) sono troppo diversi dagli altri Paesi: non hanno fatto nulla per la crescita delle imprese, non è venuta nessuna spinta alle imprese perché si ripensassero e consentissero ad un capitale paziente di entrare nell'impresa e di svilupparsi. 

L'Italia è rimasta, nel suo sistema socio-politico al tempo dei Principati, dei campanili. Ognun per se. Un sistema dove, finché il Governo è riuscito a mediare le diverse istanze, con iniezioni di denaro pubblico (che oltre all'enorme debito ha anche generato la corruzione), le cose sono andate più o meno bene. Ne consegue che, senza questi fattori e senza un'ampia disponibilità di denaro pubblico (che per US, UK e Germania non è un problema, per noi lo è, proprio perché quando abbiamo - poca - disponibilità dobbiamo finanziare leggi mancia per far reggere il sistema politico-istituzionale), non si può cambiare senso di marcia. Il declino è realtà

Occorre quindi prendere l'iniziativa e istituire una Small Business Administration come negli USA, che ospita tra l'altro un development center per le aziende, dove concentrare le iniziative, i servizi e le risorse economiche per le PMI oggi divise tra amministrazioni pubbliche e CDP. Occorre poi dare un incentivo al risparmio privato perché affluisca verso i fondi pensione per investire nelle PMI. 

Mettere da parte l'antico senso della contrapposizione per creare sviluppo. Occorre ricostituire un sistema politico nazionale che ridia coesione alla società. Che abbia a cuore gli interessi dei molti e non dei singoli. 

Fermare il declino si può se si prende coscienza di essere scivolati nel burrone. Fare finta di nulla non aiuta. E il peggio deve arrivare, 


martedì 13 settembre 2016

La Germania pronta a rivedere l'austerità in Europa! Beh non ancora

Interessante articolo apparso oggi su "La Stampa" versione on line. Questo il link dove potete leggere il pezzo. Si tratta di un intervista a Jacob Lew - Segretario del tesoro americano - che ha degli aspetti molto interessanti. L'articolo inizia così: 'Il dibattito fra austerity e crescita è finito: tutti concordano sul fatto che in questo momento bisogna alimentare la crescita'. Incoraggiante direi. 

Il punto centrale dell'intervento però è più avanti quanto Lew nota, con riferimento alla Germania che 'secondo le loro stime, usano una frazione significativa dello spazio fiscale che hanno'.  E prosegue: 'Non credo che vedremo un cambiamento di filosofia in Germania, però penso che abbiamo già visto un mutamento delle pratiche". 

Insomma, un colpo al cerchio ed uno alla botte: la Germania sta facendo qualcosa per aiutare la crescita, ma potrebbe fare di più. A scuola avremmo detto "il ragazzo è intelligente, ma non si applica". 

Senza pensare al surplus commerciale della Germania che dovrebbe far scattare delle azioni nell'UE, in Europa non si ha la sensazione che il governo tedesco sia più favorevole ad interventi per la crescita, non oltre il livello che assicura un margine di sicurezza rispetto al 3% del rapporto indebitamento su PIL. Quindi, da un punto di vista tecnico, il 3% è stato ridotto al 2,8 e nessuno l'ha notato o fatto notare. Altro che maggiore flessibilità o cambio delle pratiche! Tutt'altro. 

Se si applicassero le regole cum grano salis, il tema di avere un bilancio corretto per il ciclo sarebbe neutralizzato dall'osservazione che il ciclo economico non c'è e non si prevede di vederlo tornare a meno che non si dia corso a quanto detto nel G20 (più investimenti pubblici) è ricordato da Mario Draghi giovedì scorso. 

L'Europa deve riconoscere il suo graduale declino, legato anche alle misure di austerità, controintuitive vista la situazione dell'economia, ma anche alla mancanza di una politica industriale comune, che metta insieme le eccellenze nazionali in un progetto di sviluppo europeo. 

Ma sono tutti concentrati sulle elezioni nazionali o appuntamenti referendari per poterci lavorare. 

sabato 10 settembre 2016

Pronti per i due Euro?

Sono sicuro he la dichiarazione di Atene di ieri abbia aperto un nuovo capitolo della storia dell'Unione Europea. 

Alcuni segnali erano arrivati da eminenti economisti, che hanno cominciato a teorizzare come sia più conveniente  tornare indietro dall'euro rispetto a proseguire nella strada intrapresa alcuni decenni fa. 

Presenti Grecia Francia Italia Portogallo Spagna Malta e Cipro,  da Atene ieri è partita ieri la proposta di un'Europa più solidale, con meno tecnicismi, più crescita e coesione. A pensarci bene nulla di diverso da quello che i trattati di Roma proponevano di fare, affidandosi ad una visione politica di un'Europa unita e in grado di essere punto di equilibrio nel mondo. 

Leggendo bene l'ultimo lavoro di Joseph Stigliz, mi sembra di arrivare a conclusioni opposte a quelle propinate recentemente sulla stampa da commentatori e movimenti politici proprio a partire dal suo lavoro. La mia conclusione è che siamo ad un punto di svolta così importante, tale da far paura a chi non vuole che l'Europa resti unita e si rinsaldi dietro una visione politica di unità e solidarietà sociale. Ma chi può non volere il progetto europeo? 

Ognuno di voi lettori può certamente rispondere; la mia idea è che siamo proprio noi cittadini dei paura del cambiamento che l'Europa Unita può portare.  Questo ci fa rinchiudere in noi stessi, e da animo alle richieste nazionaliste di ritorno alle monete nazionali e di rifiuto dei migranti. Insomma siamo vittime della nostra paura di giocare un ruolo attivo all'interno di un mondo sempre più complesso. 

La lunga stagnazione economica porta con sé un'altra vittima: l'ideale che aveva mosso i fondatori dell' Unione Europea. Facciamo in modo che non sia così! 



venerdì 19 agosto 2016

Affrontare la #Brexit in modo Europeo. Un altro punto nell'agenda di Ventotene.

Il Governo della Gran Bretagna si prepara silenziosamente ed intelligentemente a trattare con l'Europa (e/o con i singoli paesi europei) la sua uscita dall'euro. Al contrario, l'UE stenta a trovare un piano ed un metodo in grado di trattare la Brexit nel modo più efficiente possibile. È molto probabile che il governo inglese, dopo aver incaricato un ministro di seguire la faccenda, dia un mandato parlamentare molto chiaro allo stesso su cosa chiedere e non chiedere durante la negoziazione. E qual debba essere il punto di caduta, ovvero a quale risultato arrivare. 

Noi in Europa dovremmo fare la stessa cosa. In primo luogo i paesi dell'euro dovrebbero incaricare una persona (una per Stato) in modo da formare un gruppo che crei una piattaforma negoziale nella quale tutti paesi si riconoscono e che sia approvata dal parlamento europeo e dei singoli parlamenti nazionali.  
Sarebbe anche un bel modo di fare in trasparenza il negoziato. 

Diversi sono i dossier da preparare, che vanno dal tema della libera circolazione dei cittadini, dei beni e dei servizi a temi quali la certezza dei contratti stipulati. Si tratta di temi molto ampi e vari che ti richiedono una chiara ricognizione e definizione. 

Solo dopo si potrebbe definire la squadra dei negoziatori, che grazie ad mandato parlamentare europeo e nazionale sarebbero in grado di portare avanti la trattativa dall'inizio alla fine, senza cambi repentini di squadra, in modo da poter seguire l'interesse comunitario in una partita molto delicata per il futuro del nostro continente. 

Potrebbe essere questo un altro degli argomenti che Matteo Renzi potrebbe discutere a Ventotene settimana prossima insieme ad Hollande e Merkel. 

mercoledì 17 agosto 2016

I dubbi di Renzi. Cosa fare a Ventotene?

Oggi i giornali sono ricchi di ipotesi sulla prossima  finanziaria dell'Italia e sulla flessibilità da chiedere all'Europa magari proprio il vertice di ventottene come era stato proposto in questo blog (Vedi qui).

Sono incredulo di leggere in molti giornali, ma soprattutto molto esplicitamente ne "La stampa" (vedi  articolo di Marco Galluzzo "Il Piano di Palazzo Chigi. La manovra "strategica" per trattare con Bruxelles), di ipotesi di chiedere maggiore flessibilità dovuta a cause eccezionali, come sostenuto da questo blog ed da altri più autorevoli commentatori. Peccato che (vedi da ultimo Piga) si debba notare che il massimo della strategia sia quella di rimanere sotto il 3% e ritardare il percorso di rientro. Bella forza, bella strategia! È già così! Il tendenziale dei conti pubblici questo dice. E allora, dov'è la strategia.

Bene il rilancio degli investimenti pubblici, ma quello che serve sono misure europee, coordinate e concentrate. Altrimenti, come ho avuto modo di spiegare qui misure nazionali non servono a molto.

Quindi a Ventotene, il giovane Presidente Renzi deve essere più coraggioso. Deve parlare di strategia complessiva e non degli "zero virgola". Non del 3% italiano o del 5% francese, ma della disoccupazione europea, della perdita di slancio dell'economia europea, dei problemi di coesione che questo comporta a livello europeo.

Provi ad avanzare 4 proposte:

1. Che il Piano Juncker si tramuti in un Piano di investimenti in capitale di rischio verso le PMI, tralasciando le infrastrutture
2. L'investimento in infrastrutture sia lasciato libero ai singoli Paesi, nell'ambito di un deficit comunque con un cap al 3% e, per le infrastrutture di connessione europea, del bilancio europeo. 
3. Togliere la regola del cofinanziamento che lega fondi strutturali europei alla spesa pubblica nazionale 
4. Creare un Education Plan For Europe

Se le faccia bocciare ed esca dell'equilibrismo fatto di sorrisi europei e malumori sussurrati italiani.

sabato 13 agosto 2016

Per la crescita in Italia servono misure europee.

Leggo oggi molti commentatori, giornalisti e politici chiedere a gran voce misure espansive di bilancio da parte dell'Italia. 

Ci dimentichiamo che in un'economia aperta e per di più nella moneta unica, incentivi fiscali di un solo Paese vanno a vantaggio di tutti. In altre parole, vanno a vantaggio anche dei Paesi che non ne sopportano l'onere non potendo essere misure fiscali selettive per normativa europea.

Gli economisti veri ve lo spiegheranno meglio. Ma un incentivo fiscale a rinnovare, ad esempio, le automobili andrà a beneficio di tutti i produttori di automobili e non solo di quelli italiani. Quindi misure come il super ammortamento (la possibilità di registrare il costo fiscale di un bene maggiorandolo del 40% e quindi avendo un beneficio in termini di quote di ammortamento), varato lo scorso anno in Francia e quest'anno in Italia, aumentano il gettito IVA nel Paese, ma non il PIL in pari misura al carico fiscale sopportato da chi ha messo l'incentivo. 

Un serio rilancio dell'economia europea, passa quindi per misure europee. Sia misure concertate - i.e. il super ammortamento adottato da tutti i Paesi Europei - sia attraverso un vero Piano europeo per il rilancio degli investimenti pubblici ed il sostegno a quelli privati (altro che "acqua di rose Juncker"), ma anche con misure di incentivo fiscale posto a carico del bilancio europeo.

A complemento di tutto questo, un sostegno alle PMI tramite Procurement Pubblico sarebbe il giusto complemento. Ma per carità, non sia mai cresciamo e creiamo occupazione!

Una vera flessibilità della politica di bilancio senza sforare il limite del 3% (Vedi qui le mie proposte) sarebbe solo il giusto complemento, ma capisco che meglio riempire i giornali di promesse e polemiche che di proposte strutturate. 

Per la crescita in Italia servono misure europee.

Leggo oggi molti commentatori, giornalisti e politici chiedere a gran voce misure espansive di bilancio da parte dell'Italia. 

Ci dimentichiamo che in un'economia aperta e per di più nella moneta unica, incentivi fiscali di un solo Paese vanno a vantaggio di tutti. In altre parole, vanno a vantaggio anche dei Paesi che non ne sopportano l'onere non potendo essere misure fiscali selettive per normativa europea.

Gli economisti veri ve lo spiegheranno meglio. Ma un incentivo fiscale a rinnovare, ad esempio, le automobili andrà a beneficio di tutti i produttori di automobili e non solo di quelli italiani. Quindi misure come il super ammortamento (la possibilità di registrare il costo fiscale di un bene maggiorandolo del 40% e quindi avendo un beneficio in termini di quote di ammortamento), varato lo scorso anno in Francia e quest'anno in Italia, aumentano il gettito IVA nel Paese, ma non il PIL in pari misura al carico fiscale sopportato da chi ha messo l'incentivo. 

Un serio rilancio dell'economia europea, passa quindi per misure europee. Sia misure concertate - i.e. il super ammortamento adottato da tutti i Paesi Europei - sia attraverso un vero Piano europeo per il rilancio degli investimenti pubblici ed il sostegno a quelli privati (altro che "acqua di rose Juncker"), ma anche con misure di incentivo fiscale posto a carico del bilancio europeo.

A complemento di tutto questo, un sostegno alle PMI tramite Procurement Pubblico sarebbe il giusto complemento. Ma per carità, non sia mai cresciamo e creiamo occupazione!

Una vera flessibilità della politica di bilancio senza sforare il limite del 3% (Vedi qui le mie proposte) sarebbe solo il giusto complemento, ma capisco che meglio riempire i giornali di promesse e polemiche che di proposte strutturate. 

Per la crescita in Italia servono misure europee.

Leggo oggi molti commentatori, giornalisti e politici chiedere a gran voce misure espansive di bilancio da parte dell'Italia. 

Ci dimentichiamo che in un'economia aperta e per di più nella moneta unica, incentivi fiscali di un solo Paese vanno a vantaggio di tutti. In altre parole, vanno a vantaggio anche dei Paesi che non ne sopportano l'onere non potendo essere misure fiscali selettive per normativa europea.

Gli economisti veri ve lo spiegheranno meglio. Ma un incentivo fiscale a rinnovare, ad esempio, le automobili andrà a beneficio di tutti i produttori di automobili e non solo di quelli italiani. Quindi misure come il super ammortamento (la possibilità di registrare il costo fiscale di un bene maggiorandolo del 40% e quindi avendo un beneficio in termini di quote di ammortamento), varato lo scorso anno in Francia e quest'anno in Italia, aumentano il gettito IVA nel Paese, ma non il PIL in pari misura al carico fiscale sopportato da chi ha messo l'incentivo. 

Un serio rilancio dell'economia europea, passa quindi per misure europee. Sia misure concertate - i.e. il super ammortamento adottato da tutti i Paesi Europei - sia attraverso un vero Piano europeo per il rilancio degli investimenti pubblici ed il sostegno a quelli privati (altro che "acqua di rose Juncker"), ma anche con misure di incentivo fiscale posto a carico del bilancio europeo.

A complemento di tutto questo, un sostegno alle PMI tramite Procurement Pubblico sarebbe il giusto complemento. Ma per carità, non sia mai cresciamo e creiamo occupazione!

Una vera flessibilità della politica di bilancio senza sforare il limite del 3% (Vedi qui le mie proposte) sarebbe solo il giusto complemento, ma capisco che meglio riempire i giornali di promesse e polemiche che di proposte strutturate. 

Per la crescita in Italia servono misure europee.

Leggo oggi molti commentatori, giornalisti e politici chiedere a gran voce misure espansive di bilancio da parte dell'Italia. 

Ci dimentichiamo che in un'economia aperta e per di più nella moneta unica, incentivi fiscali di un solo Paese vanno a vantaggio di tutti. In altre parole, vanno a vantaggio anche dei Paesi che non ne sopportano l'onere non potendo essere misure fiscali selettive per normativa europea.

Gli economisti veri ve lo spiegheranno meglio. Ma un incentivo fiscale a rinnovare, ad esempio, le automobili andrà a beneficio di tutti i produttori di automobili e non solo di quelli italiani. Quindi misure come il super ammortamento (la possibilità di registrare il costo fiscale di un bene maggiorandolo del 40% e quindi avendo un beneficio in termini di quote di ammortamento), varato lo scorso anno in Francia e quest'anno in Italia, aumentano il gettito IVA nel Paese, ma non il PIL in pari misura al carico fiscale sopportato da chi ha messo l'incentivo. 

Un serio rilancio dell'economia europea, passa quindi per misure europee. Sia misure concertate - i.e. il super ammortamento adottato da tutti i Paesi Europei - sia attraverso un vero Piano europeo per il rilancio degli investimenti pubblici ed il sostegno a quelli privati (altro che "acqua di rose Juncker"), ma anche con misure di incentivo fiscale posto a carico del bilancio europeo.

A complemento di tutto questo, un sostegno alle PMI tramite Procurement Pubblico sarebbe il giusto complemento. Ma per carità, non sia mai cresciamo e creiamo occupazione!

Una vera flessibilità della politica di bilancio senza sforare il limite del 3% (Vedi qui le mie proposte) sarebbe solo il giusto complemento, ma capisco che meglio riempire i giornali di promesse e polemiche che di proposte strutturate. 

Per la crescita in Italia servono misure europee.

Leggo oggi molti commentatori, giornalisti e politici chiedere a gran voce misure espansive di bilancio da parte dell'Italia. 

Ci dimentichiamo che in un'economia aperta e per di più nella moneta unica, incentivi fiscali di un solo Paese vanno a vantaggio di tutti. In altre parole, vanno a vantaggio di tutti non potendo essere misure fiscali selettive per normativa europea. Gli economisti veri ve lo spiegheranno meglio. Ma un incentivo fiscale a rinnovare, ad esempio, le automobili andrà a beneficio di tutti i produttori di automobili e non solo di quelli italiani. Quindi misure come il super ammortamento (la possibilità di registrare il costo fiscale di un bene maggiorandolo del 40% e quindi avendo un beneficio in termini di quote di ammortamento), varato lo scorso anno in Francia e quest'anno in Italia, aumentano il gettito IVA nel Paese, ma non il PIL in pari misura al carico fiscale sopportato da chi ha messo l'incentivo. 

Un serio rilancio dell'economia europea, passa quindi per misure europee. Sia misure concertate - i.e. il super ammortamento adottato da tutti i Paesi Europei - un vero Piano europeo per il rilancio degli investimenti pubblici ed il sostegno a quelli privati, misure di incentivo fiscale posto a carico del bilancio europeo.

A complemento di tutto questo, un sostegno alle PMI tramite Procurement Pubblico sarebbe il giusto complemento. Ma per carità, non sia mai cresciamo e creiamo occupazione!

Una vera flessibilità della politica di bilancio senza sforare il limite del 3% (Vedi qui le mie proposte) sarebbe solo il giusto complemento, ma capisco che meglio riempire i giornali di promesse e polemiche che di proposte strutturate.