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sabato 26 agosto 2017

Mifid II e nuove regole bancarie. Valgono più della Costituzione!

Tra le notizie che riguardano il risparmio che oggi campeggiano sui giornali trovate la pubblicazione della direttiva su come si devono comportare gli operatori finanziari quando propongono un investimento ai propri clienti e la notizia che la Banca Centrale Europea sta pensando di proporre una moratoria ai prelievi in caso di banche in difficoltà. Ovvero, se passasse questa proposta, non potremmo più trasferire il nostro conto corrente da una banca X ad un'altra banca, se l'autorità di vigilanza ritine che la banca X possa andare in difficolta proprio a causa di questo trasferimento.

Così, dopo aver digerito ingenuamente le norme sul Bail in, potremmo dover accettare anche questa regola che contrasta con la tutela del risparmio garantita dalla nostra Costituzione, all'articolo 47, comma 1:
La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l'esercizio del credito.

Ora tutela il risparmio se consente che titoli obbligazionari non subordinati e i conti correnti possano essere utilizzati per evitare il fallimento di una banca? Lo incoraggia forse facendolo tutelare con la firma di pagine di documenti (quelli prodotti anche grazie alla MIFID)? In che modo ha controllato l'esercizio del credito se oggi sappiamo che sono stati concessi crediti anche là dove non si doveva? 

Forse andrebbe recuperata la deontologia e la professionalità. Fare il bancario non può voler dire solo raggiungere un budget di vendita di un prodotto finanziario. Qui il nostro Stato ha molte colpe, non ultima quella di aver accettato il Bail in senza colpo ferire. 

mercoledì 23 novembre 2016

Avanti con la banking union!

Avanti con la banking union! Finalmente!

E questo quello che ho pensato quando ieri la commissione europea ha approvato la proposta di direttiva, che oggi molti giornali riportano sulla prima pagina. 

Da una prima velocissima analisi c'è da dire che effettivamente ci sono elementi molto importanti e che vanno  nella direzione auspicata dagli italiani. Si tratta del fattore di correzione per i prestiti alle piccole e medie imprese,  una diversa ponderazione dei prestiti per la realizzazione delle infrastrutture, che in Italia sono legate molto ai prestiti bancari, di un primo tentativo di armonizzare le regole del fallimento in Europa. 

Un primo passo. Ma per un rilancio dell'economia occorre superare il bancocentrismo europeo, sviluppare il mercato dei capitali, e sopratutto consentire politiche pubbliche di supporto alle PMI.


venerdì 12 agosto 2016

Ancora danni dal fiscal compact. La crescita rallenta ancora. Coraggio: ridiamo speranza all'Europa!

Il dato sulla crescita economica appena diffuso dall'ufficio di statistica europeo (crescita nel II trimestre +0.3%) certifica quanto si iniziava a capire. L'incertezza del quadro geopolitico - le guerre e e le prossime elezioni per capirci - unita a fattori specifici per ogni Paese (referendum per UK, banche per l'Italia) pesano sulle prospettive di crescita del vecchio continente. 

Al QE della ECB occorre aggiungere una politica europea di investimenti pubblici e di incentivi a quelli privati. Ma deve essere compiuto uno sforzo comune europeo ed evitare singole mosse dei governi. 

Non credo che la Germania possa essere propensa ad un piano di Investimenti pubblici finanziato in deficit, magari a carico del bilancio comunitario. E così lentamente sprofondiamo nella secular stagnation e ci aggrappiamo alla speranza che Industria 4.0 ci salvi tutti. 

Chissà che il prossimo vertice di Ventotene non ci porti qualche concreta novità. Parole e annunci forse. Novità concrete non me le aspetto. Basterebbe che Italia, Germania e Francia si accordassero per portare i propri deficit al 5% (oophs.. quello della Francia è sostanzialmente già li) riconoscendo l'esigenza di "circostanze eccezionali" come indicano i trattati. 

Non bastano le guerre, le migrazioni, la recessione, la disoccupazione per spingere i nostri governanti ad un coraggioso passo come quello di investire nei propri Paesi? 

sabato 9 aprile 2016

Investimenti, credito e crescita. Si può fare!

La situazione Europea in questa fase storica merita una riflessione approfondita. Vi propongo alcuni spunti di riflessione, tenendo a mente la situazione italiana. 

Vedendo cosa accade al credito concesso si nota una crescita delle quote di mercato delle grandi banche (EBRD) a danno delle banche medio piccole. Continuano i prestiti per l'acquisto delle case (mutui residenziali).

Le politiche del Governo italiano puntano ad un consolidamento del sistema ed allo stesso tempo ad una crescita dimensionale delle imprese, perché i due fenomeni vanno curati insieme. Per banche più grandi diventa costoso seguire una piccola impresa cosa che, unita alle regole sul capitale regolatorio, seleziona quelle che hanno accesso al credito bancario, i.e. esclude ed escluderà una grossa fetta di PMI. 

I canali di credito non tradizionali (direct lending, minibond) non coprono tutte le necessità. Gli scarsi investimenti in tecnologia di alcune banche negli anni passati, né prevengono la possibilità di accesso al Fondo Centrale di Garanzia. Le regolazioni del sistema bancario europeo, non consentono di investire in Equity delle Pmi.

Le imprese, poi, non sono tutte destinate a crescere ed essere quotate per avere accesso al mercato dei capitali. Alcune sono inserite in distretti industriali globali, ovvero che coinvolgono imprese a livello globale. Altre sono leader mondiali di nicchie di mercato. In entrambe i casi non richiedono una crescita dimensionale o accesso al mercato dei capitali. 

La finanza pubblica è costretta in vincoli non coerenti con la situazione economica, che chiederebbe buona spesa pubblica, investimenti in infrastrutture, educazione ed in R&D. Le crescenti iniqualità della ricchezza richiedono interventi dal bilancio pubblico.

Quindi? Siamo destinati al declino? NO! 

1. Che il Piano Juncker si tramuti in un Piano di investimenti in capitale di rischio verso le PMI, tralasciando le infrastrutture 
2. L'investimento in infrastrutture sia lasciato libero ai singoli Paesi, nell'ambito di un deficit comunque con un cap al 3% e, per le infrastrutture di connessione europea, del bilancio europeo. 
3. Togliere la regola del cofinanziamento che lega fondi strutturali europei alla spesa pubblica nazionale 
4. Creare un Education Plan For Europe

Chiedo troppo?

domenica 24 gennaio 2016

Le elezioni 2017 dietro lo scontro Renzi Juncker

Venerdì della scorsa settimana è andato in scena un bel botta e risposta tra Juncker e Renzi, con Padoan a dare rigore diplomatico alla posizione italiana. 

Il tema della flessibilità dei conti pubblici, connessa alla necessità di utilizzare il bilancio pubblico in funzione anticiclica o meglio per contrastare la secular stagnation (insieme a riforme di stampo liberista) diventa tema di scontro tra Renzi e Juncker in funzione delle ambizioni politiche del nostro Primo Ministro.

Come ho detto su questo blog (leggi) avrei gradito che una discussione sul tema della crescita e della finanza pubblica si attivasse in modo unitario e diretto nell'ambiuto dell'Ecofin. Ma come un mio amico mi ha detto a proposito di questa polemica Renzi/Merkel, la politica ha bisogno dell'economia e di posti di lavoro. Sarebbe stato un bene se la discussione sulla sciocca austerità fosse partita dai vertici della politica economica Europea.

Invece tutto è legato alla politica nazionale. Il punto è che Matteo Renzi porterà questo scontro fino al punto in cui il suo obiettivo politico sarà soddisfatto. Ovvero, fino ad avere mano libera per una legge di stabilità per il 2016 e 2017 di supporto alla sua campagna elettorale. Non oltre. La Merkel respinge tutto quello che le può nuocere alle prossime elezioni.

Vedrete che un punto di equilibrio verrà trovato, dopo che i mercati si sono risvegliati dal torpore generato dal QE e che il problema del debito pubblico è tornato ad essere al centro del dibattito. Non con riferimento a quello italiano, ma con riferimento al peso che ha nei bilanci delle banche.

Ma il debito si riduce solo con la crescita. E questa ha bisogno di politiche coordinate a livello europeo. Su questo tema incide il ciclo elettorale; Portogallo, ma sopratutto Francia e Germania il prossimo anno, fanno sì che Merkel è Hollande siano attenti più alle vicende interne che a quelle dell'Europa. Commettendo un grosso sbaglio. Francia e Germania non possono fare a meno dell'Europa; e viceversa. Renzi, Merkel, Hollande, ricordatevelo. 

martedì 5 gennaio 2016

Piano piano er pasticciaccio sui subordinati si rivela

L'articolo di oggi di Federico Fubini sul Corriere della Sera inizia a mettere sale sulla ferita aperta dei subordinati bancari sottoscritti direttamente dai risparmiatori. 

Non tanto in chiave rimborsi o accertamento delle responsabilità, ma di analisi della situazione e delle possibili linee di azione. Vediamo perché.

1. Fubini ritrova sul sito Consob un'analisi dell'ufficio studi molto interessante (Le obbligazioni emesse da banche italiane. Le caratteristiche dei titoli e i rendimenti per gli investitori di R. Grasso, N. Linciano, L. Pierantoni, G. Siciliano vedi pubblicazione)

2. In realtà questo studio era già stato rispolverato da un altro articolo (moneyreport.it - vedi articolo) del 23 dicembre 2015.

3. L' abstract del paper è eloquente: "Le banche italiane sono fra le più dipendenti dalla raccolta obbligazionaria nel panorama internazionale e questa viene finanziata in misura preponderante attraverso collocamenti destinati agli investitori retail. Le famiglie italiane investono infatti una quota significativa della propria ricchezza finanziaria in obbligazioni bancarie, quota nettamente superiore rispetto a quella rilevata per le famiglie dei principali paesi industrializzati. La raccolta obbligazionaria delle banche è dunque un tema di grande rilievo per le Autorità chiamate ad assicurare la protezione degli investitori retail."

4. Dunque era tutto chiaro? La lettura del paper propone altri spunti interessanti, sempre abilmente proposti dagli autori nell'abstract. Quindi per capire non bisognava neppure leggere tutte le 56 pagine del Quaderno!


a) Il rischio di liquidità è in media elevato: solo il 9% delle obbligazioni (30% circa in termini di controvalore) ha un mercato secondario realmente liquido; la scarsa liquidità sembra imputabile principalmente alla ridotta dimensione dei singoli prestiti. 

Come ho detto già su questo blog, la quotazione e la liquidità di un titolo sono essenziali per capirne il rischio e la sua evoluzione nel tempo (leggi qui).

b) Per le obbligazioni ordinarie i rendimenti all'emissione sono debolmente correlati con il rischio emittente e di liquidità e, a parità di altri fattori, inferiori a quelli offerti agli investitori istituzionali; i rendimenti calcolati ex post sul periodo 2007-2009 risultano in media inferiori a quelli dei titoli di Stato domestici. Se si tiene conto degli elevati costi impliciti nel prezzo di collocamento, tale ultimo risultato vale anche per le obbligazioni strutturate.

In altre parole il rischio non era adeguatamente remunerato. Cosa che una quotazione avrebbe messo subito in evidenza. E per essere chiari per mercato non intendo la quotazione che la la banca stessa (quella emittente) in caso di riacquisto, ma un serio meccanismo come il MOT o l'MTS. 

Ma la questione è che il nostro Testo Unico della Finanza (e le normative europee) prevedeva da tempo un prospetto semplificato (2002). Nel Consultation Paper on technical issues to the KID (ill prospetto semplificato) discosure for UCITS Management Directive del 2009 si ritenne che il prospetto semplificato non aveva raggiunto l'obiettivo di dare un'informazione sintetica, fruibile ed adeguata affinché il risparmiatore si facesse un'idea delle caratteristiche dell'investimento che si accingeva a sottoscrivere. E anzichè definire un Prospetto semplificato che riuscisse nell'intento....

Ora, mentre è partita la caccia alle streghe, io preferisco pensare a come evitare che in futuro queste situazioni si ripropongano. Vorrei vedere le Autorità lavorare tanto sul decreto rimborsi, quanto su una seria attività di informazione e di educazione tramite la Rai, come si fece con il maestro Manzi. 

In un mercato dove i rendimenti dei titoli di Stato sono bassi e le cui cedole hanno rappresentato per molti risparmiatori un'interessante integrazione al reddito è facile che il risparmiatore sia tentato da un rendimento più alto di quello dei titoli di Stato e cerchi investimenti alternativi. 

Quindi, non perdiamo tempo!



sabato 2 gennaio 2016

Quer pasticciaccio brutto delle regole europee sulle banche.

Ho letto il post di Piga sul suo blog (Perchè il debito pubblico italiano dopo la faccendaccia delle banche e meno e non più sicuro) ed ho iniziato a riflettere sul suo messaggio e su quanto ho scritto sul pasticciaccio brutto dei subordinati (leggi qui il post). 

Ecco le mie riflessioni:

1. Se lo Stato fosse intervenuto a ricapitalizzare le 4 banche in dissesto, avrebbe creato debito pubblico ovvero tasse future a carico di tutta la collettività. Nei casi peggiori, che avete visto possono esistere e non sono solo pura teoria, invece ad essere tutti i contribuenti a pagare per salvare una banca, sono solo coloro che hanno sottoscritto capitale di rischio (azioni e strumenti simili) dell'Istituto bancario in difficoltà. Perchè debba pagare il correntista - come prevedono le nuove regole europee - non mi è chiaro.  

2. Non ci sarebbe stato l'effetto educativo che invece, in questo modo, alla vigilia della nuova regolamentazione europea - c.d. bail-in - c'è stato. Ci siamo così ricordati che il rischio esiste e che non bastano i corposi prospetti informativi che firmiamo in banca ad evitarlo, ma serve qualcosa di più (deontologia e informazione) per mettere i risparmiatori a conoscenza del rischio. 

3. L'informazione e la trasparenza nascono utilizzando gli strumenti di mercato, sui cui i regolatori devono vigilare. Occorre che gli strumenti, autorizzati per il collocamento al cittadino, siano quotati; questo consente ai sottoscrittori, ma anche alle autorità di vigilanza, di seguire la rischiosità del titolo (e quella dell'emittente). Il servizio pubblico dovrebbe mettere una rubrica di formazione e informazione sulle quotazioni per far capire cosa si può capire dalle oscillazioni dei prezzi. 

5. Siccome chi quota un titolo prende dei rischi, se non ci fosse nessun operatore desideroso di quotare un titolo, forse ci sarebbe un'indicazione sul rischio ... e consiglierebbe di non far sottoscrivere quel titolo al cittadino. Ricordiamo, poi, che i titoli quotati dovrebbero essere assistiti da un rating.

6. Anche sottoscrivendo fondi di investimento, gli ETF o ricorrendo alla consulenza si corrono dei rischi. E' per questo che dovrebbero essere presi accorgimenti, come quelli che indico nel mio pezzo del 26 dicembre e sopra richiamato, prima che succeda qualche altro "pasticciaccio". 

7. Gli italiani non hanno risparmiato certo per far fronte alle crisi bancarie, a cui non siamo storicamente stati abituati, né con intenti speculativi; concordo con quanto dice Piga su questo punto (e non solo su questo punto).  

Finisco con una domanda: dei tre i pilastri della regolamentazione bancaria europea (organismo unico di supervisione, sistema unico di risoluzione delle crisi e assicurazione dei depositi comune) manca solo l'ultimo, che non si vede neppure all'orizzonte. Perché? Matteo fattelo spiegare la prossima volta che vedi Angela! 

sabato 26 dicembre 2015

Quer pasticciaccio brutto dei subordinati

Il risparmiatore italiano ha scoperto un altro titolo. Il subordinato. Con i rendimenti dei titoli di Stato cui era stato affezionato (e continua ad esserlo per fortuna) poco sotto o poco sopra lo zero (dipende dalla scadenza), il risparmiatore italiano ha cercato rendimento in altri titoli. I subordinati appunto.

Dopo i bond Argentini e i bond Cirio non pensavo potesse succedere ancora. Risparmiatori che perdono i loro investimenti per non aver compreso il rischio.

Ma nessuno - ora come allora - si interroga se ci possono essere altri strumenti finanziari offerti al risparmiatore e che lo possono esporre a rischi non ben evidenziati al momento della sottoscrizione o dell'acquisto. Purtroppo il recinto si chiude solo quando i buoi sono usciti. Troppo tardi.

In attesa che qualcuno si ponga questa domanda, in molti si sono scatenati per risolvere la questione di chi ha sottoscritto questi titoli. E c'è anche ci si pone condivisibili dubbi di costituzionalità della norma (noisefromamerika - bad banks qualche interrogativo costituzionale) che crea questa situazione.

Cerchiamo di andare oltre il problema contingente. I miei piccoli suggerimenti:

1. occorre recuperare la deontologia allo sportello, per non rompere il legame di fiducia tra banca e depositante. Il problema è che per seguire il budget assegnato dalla sede centrale, lo sportello vende anche a chi non ha la possibilità di capire il rischio cui va incontro. Anche se ben spiegato, il rischio non è facile da capire. Altrimenti non si spiegherebbero le varie "bolle", ultima - per ora - quella dei subprime. Non tutti hanno in mente una regola base dell'economia: There is no such thing as a free lunch e ne capiscono fino in fondo le implicazioni. 

2. Utilizzare le regole del mercato. Quotare sempre gli strumenti che sono destinati al cd. retail. E che la quotazione sia effettuata non solo dall'emittente, ma anche da intermediari che si impegnano a quotare a fronte di fee pagate dall'emittente. La quotazione - se seguita - consente di rivelare a tutti le informazioni che sono note agli intermediari. E in caso di problemi, i prezzi scendono. Ora il punto sarà far seguire le quotazioni a chi sottoscrive questi titoli. Mi torna in mente quello che succedeva nel 1929, dove in molti passavano ore nelle borse locali per seguire l'andamento dei titoli. Dato che paghiamo un servizio pubblico (la RAI) è troppo chiedere che ogni telegiornale messo in onda parli di concrete questioni finanziarie?

3. Formazione. Sempre perché abbiamo un servizio pubblico (la Rai) è troppo chiedere che abbia una chiara rubrica sui mercati finanziari e gli strumenti autorizzati alla vendita al retail? Un programma alla Piero Angela o del Maestro Manzi, "Non è mai troppo tardi"?

martedì 17 novembre 2015

Europa: grande delusione o grande speranza?

Dopo sette anni dall'inizio della crisi (settembre 2008) la situazione economica sembra non essere né brillante, né sulla via della ripresa. 

Perché? 
Perché le cause della crisi sono ancora intatte! Debiti privati e pubblici che non accennano a diminuire; la non corretta allocazione degli investimenti e dei sussidi alla produzione; austerità; demografia; tecnologia che riduce il bisogno di lavoratori e quindi spinge in alto la disoccupazione. Eccetera, eccetera, eccetera. 
Naturalmente, non è un problema solo italiano o europeo. Ma l'Europa fa di tutto per aggravare la situazione, con non scelte e rinvii. 

L'unica arma messa in campo, dal Giappone agli Stati Uniti all'Europa è stato il QE, che però appare ormai insufficiente a dare una spinta decisiva alla ripresa.  
Certo, il QE ha aiutato ad assorbire lo shock, ma ha anche illuso che potesse, da solo, dare impulso ad un nuovo ciclo economico. Come se potesse, di colpo, rimuovere quelle barriere che - normalmente - è la Politica economica ad abbattere. 
Ci eravamo anche illusi (e forse lo siamo ancora) che il QE non avesse costi, anzi. Che aiutasse a comprare tempo, senza effetti collaterali, dando il tempo ai Paesi di coordinare uno stimolo fiscale poderoso. Che non vedo all'orizzonte. 

Nel frattempo, qualche effetto collaterale si registra. La liquidità dei mercati secondari dei titoli si è ridotta (gli Asset sono comprati dalle banche centrali), la liquidità abbondante e i tassi bassi spingono gli investitori a cercare più rischio, con la possibile conseguenza di creare bolle speculative (Corporate Bond nei Paesi emergenti? Il mercato immobiliare in Europa?); ma ancora peggio, si divarica la posizione tra chi non trova lavoro e chi vede il valore dei propri Asset aumentare di valore. E questo in un periodo dove le elezioni non mancheranno (Stati Uniti, Brexit, Francia e Germania) e le tensioni internazionali spingono verso gli estremismi. 

Ancora una volta manca la Politica. La visione della necessità di accelerare verso un'Unione Europea che lasci il governo dei decimali che fa crescere solo i noeurini e si concentri sulla crescita economica e sociale del Continente. 

Io continuo a sperare in un'Europa che sappia rinascere più unita, in un momento di difficoltà che chiama alla coesione sui valori nei quali il nostro continente è fondato. 

venerdì 11 settembre 2015

Dalla bad bank, una riflessione sul tema europeo degli aiuti di Stato.

Da diversi mesi in Italia si discute della creazione di una bad bank per aiutare le banche italiane a gestire i cd. Npls (crediti andati a male). Ma la discussione non si concentra sul vero problema: il regime degli aiuti di Stato in Europa continua ad aumentare le fratture nel sistema economico anziché risultare elemento di riequilibrio e maggiore competizione. 

Il tema degli aiuti di Stato dovrebbe essere come l'handicap nel golf, che consente a giocatori di capacità divers di giocare uno contro l'altro, in quanto l'handicap ha livellato la base di partenza. 

Vediamo il tema con riferimento alle discussioni in corso sulla bad bank. 


Il primo tema che occorre considerare è che l'intervento pubblico in questo caso dovrebbe servire a fronte di un fallimento di mercato, che non consente l'incontro tra domanda ed offerta; tra prezzo chiesto dalle banche per vendere e quello offerto dagli investitori per comprare. Non escludo ci sia asimmetria informativa tra chi compra e chi vende che non consente la formazione di un prezzo di equilibrio; e forse un pizzico di speculazione. Questo tema sembra essere pacifico. 


Il secondo tema é capire perché vi é oggi la necessità di una bad bank e non nel 2008 o 2010 quando questa necessità era avvertita da tutti gli altri Paesi europei, che hanno conseguentemente agito. Ovvero hanno messo mano al bilancio pubblico a sostegno delle proprie banche. Chi ha un solido sistema bancario siede in luoghi importanti dell'economia, influenzandone gli andamenti. 
Il punto non è di attribuire la colpa politica a qualche esecutivo italiano che non ha agito, ma di capire come mai solo oggi il problema emerge. Forse la lunghezza della crisi. Se dunque non consento al sistema bancario italiano di ristrutturare il proprio attivo solo perché ha resistito meglio o più a lungo alla crisi, non sto forse creando disparità di trattamento anzichè intervenire a livellale la base di partenza? 


A questo punto il tema diventano le regole europee sugli aiuti di Stato. Se il punto è di mettere il nostro sistema bancario nelle condizioni di concedere credito, di tornare a competere nello spazio europeo in modo uguale alle altre banche, salvaguardare i correntisti, cosa che è messa in difficoltà dalla presenza degli NPLs nei loro bilanci, si tratta di poter intervenire per ricreare un level playing field tra banche italiane e quelle del resto dell'Unione.
Quindi le regole che governano gli aiuti di Stato dovrebbero consentire all'Italia di procedere; il legislatore nazionale nell'utilizzare i soldi dei contribuenti dovrebbe stare attento, e discriminare i casi in cui la situazione è dovuta ad incapacità della banca nel valutare il merito di credito e quella creatasi a causa del prolungarsi della crisi. Solo se venisse dimostrato il fallimento di mercato, l'intervento pubblico sarebbe giustificato . 

Va da se che il fatto che nel tempo le regole siano cambiate, passando dalla possibilità di intervenire nelle banche ad una nella quale questo non è possibile, non è ragionevole in un sistema che dovrebbe intervenire a ridurre le differenze tra i soggetti economici operanti nei Paesi Membri. Cosa che invece è accaduta nel caso delle ristrutturazioni bancarie.

Quindi i servizi della Commissione che presidiano agli aiuti di Stato stanno creando una frattura maggiore nel sistema economico europeo di quella che si registrava ne 1999 e non soltanto con riferimento alle banche.

Perché?